La terra trema di Giuseppe Capuano (Pubbl. 29/08/2017)

Tra i vari tentativi di spiegare il perenne divario tra zone ricche e povere del mondo, tra “il nord e il sud”, una delle più fantasiose ipotesi è stata quella meteorologica: il caldo, una natura rigogliosa, hanno reso meno industriose le popolazioni delle zone caldo-temperate del mondo. In questa lunga estate, almeno nel sud Italia, dove il gran caldo si è associato ad incendi e a mancanza di precipitazioni, è inevitabile che torni alla mente l’ironica rima di Bovio scritta nel 1913 “che sole, che sole cucente.  E chi vò' fá niente?  E chi pò fá niente?”. Le cronache del terremoto nell’Isola d’Ischia, e le immagini apparse in video degli ingenti danni provocati dalla leggera scossa sismica a Casamicciola e Lacco Ameno, ci obbligano però ad una riflessione più ampia, dove il dato principale non risulta essere la mancanza di industriosità delle popolazioni. Napoli e i suoi “contorni”, (dicitura che appare nella carta del Duca di Noja del 1775), era ed è ricca di una rigogliosa vegetazione spontanea e di veri e propri gioielli di architettura botanica. Ville e palazzi costruiti sin dai tempi dei Romani, continuano ad essere ammirati e studiati come luoghi di pace e delizia in grado di integrare gli spazi esterni ed interni, natura spontanea e opera dell’uomo. Un dato non sempre del tutto vero dato che l’attenzione all’orientamento degli edifici rispetto all’esposizione solare, ai venti caldi e freddi, al rapporto generale con il contesto naturale di riferimento, è esperienza recente, almeno dal punto di vista della teoria della progettazione architettonica. Nei secoli l’urbanizzazione ha seguito quasi esclusivamente criteri di “rappresentazione di status”: l’orientamento del prospetto dei palazzi sul corso principale e altri criteri legati al rapporto gerarchico con il più ampio vicinato, criteri che ancora vigono nel caso di valutazione economica degli immobili.  Nella storia della città di Napoli c’è un punto di svolta che non ha forse precedenti nel mondo. Confrontando i rilievi aereo-fotogrammetrici degli anni ’50 con quelli dei primi anni ’60 del secolo scorso è impressionante notare come la parte edificata sia aumentata in modo spropositato e irregolare. Il quartiere del Vomero, tanto ambito, aveva si è e no un quinto della sua attuale densità abitativa. Intere zone riconosciute di gran pregio da un punto di vista naturalistico, paesaggistico e storico architettonico, sono state invase dal cemento, con la costruzione di edifici e di strade. L’angolo paradisiaco napoletano, cantato e decantato nel mondo, è da tempo un ricordo lontano le cui tracce vanno ricercate quasi esclusivamente con tecniche mediate dall’archeologia. Lo stesso seppur più regolare e programmato sviluppo urbano degli ultimi decenni ha prodotto degli spazi urbani inospitali. Piazza del Plebiscito, Piazza Dante, la sempre incompiuta Piazza della Stazione con i suoi piloni d’acciaio che sembrano fuoriuscire dal ventre del terra che come unica funzione quella “decorativa”, la stessa Piazza del Municipio, riaperta verso il porto e il suo mare, sono luoghi dove è difficile e faticoso anche il solo transitare sia d’estate che d’inverno. Piazza del Plebiscito, con la pavimentazione in pietra vulcanica nera, in estate è un’enorme griglia rovente e d’inverno si trasforma in un’imponente rosa dei venti. L’irresponsabile progettazione architettonica contemporanea, in perenne conflitto con un’idea filologica estrema di ricostruzione dei luoghi secondo gli schemi dei suoi antichi ideatori e una voglia di confrontarsi con la monumentalità dei luoghi sovrapponendo la propria presunta nuova monumentalità, non è riuscita in alcun modo a governare, a indirizzare, lo sviluppo edilizio privato. Non c’è da tempo a Napoli il pur minimo tentativo di pensare alla città non come ad un gigantesco “espositore” ma come un luogo dove si vive, si lavora, si studia. Il restauro filologico spesso assume dei caratteri del tutto arbitrari. L’architettura contemporanea, dove si mostra, è del tutto disattenta al contesto e all’uso dei luoghi. La relazione con i danni subiti dagli edifici nell’isola d’Ischia è immediato. A Napoli e nel napoletano molti mostri edilizi furono regolarmente autorizzati nei decenni passati con l’approvazione di mille varianti ai piani regolatori, ai piani paesaggistici, spesso tacitando le Soprintendenze che dovevano garantire la salvaguardia di luoghi sottoposti a tutela da ben noti Regi Decreti in alcuni casi risalenti al primo decennio del 1900 e di tanti altri emanati anche nel contesto statuale repubblicano dopo il 1948.  Ischia, la meravigliosa Isola Verde, dove crescevano culture arboree uniche, è stata devastata da interventi autorizzati, (tanti sono gli edifici con regolare licenza), in deroga alle norme sul contrasto all’attività abusiva. Anzi ci si è sollevati contro chi nella magistratura stava intervenendo con ordinanze di demolizione. Il tumultuoso sviluppo economico-turistico, che l’isola vive da decenni, la trasforma nei mesi luglio e agosto in un luogo super affollato e, nonostante le rigide regole che impediscono lo sbarco di auto, la forte intensità residenziale ne fa un’isola con un intenso traffico automobilistico. Le discussioni e le polemiche di questi giorni ci sono apparse troppo superficiali, affrettate, “standard”, alla ricerca o del dramma da raccontare per riempire le stanche pagine dei giornali d’agosto, o alla ricerca di nuovi consensi elettorali. La drammatica realtà è che a Napoli e in Campania pare che il più diffuso sport sia quello del tiro al piccione: pochi fanno fino in fondo la propria parte preferendo scaricare le responsabilità sugli altri e nessun impegno è profuso per interloquire con i diversi soggetti coinvolti, istituzioni e privati cittadini. Il più bel lungomare del mondo, come qualcuno ha definito il lungomare Caracciolo a Napoli, è lasciato all’incuria o all’assalto di venditori e parcheggiatori abusi. Il mare è infrequentabile se non negli angoli occupati dagli esclusivi circoli nautici. Così come la cura dei “contorni” della città sono lasciati all’improvvisazione o a progetti faraonici continuamente interrotti, rivisti, corretti rifinanziati, mentre sono invasi da ratti e blatte, dove si sta sviluppando un’attività economica disordinata, irregolare, inquinante. A Napoli, come ad Ischia e nell’intera zona costiera, quel turismo “minore”, quello di massa, delle tante famiglie popolari alla ricerca di refrigerio dal caldo e dalla fatica, ha a disposizione solo spazi disagiati, senza servizi, senza un minimo confort civile e a basso costo, con operatori economici abusivi, improvvisati che svolgono la propria attività senza alcun controllo sanitario o ambientale. Soldi e leggi ci sono, ciò che manca è il buon senso condiviso. A Napoli e in Campania non esiste un’elite culturale e professionale in grado di svolgere un ruolo dirigente. E così il sangue delle teste tagliate dei giovani della rivoluzione partenopea del 1799 segnano ancora il percorso di questa città dove l’aspetto che primeggia è quello dell’assenza di una vera classe dirigente, di una borghesia moderna e professionale. Una città lasciata in mano ad un “potere” che ha sempre più i connotati di una nobiltà decaduta e decadente che convive e alimenta attività criminose a diversi livelli organizzate. Napoli e la Campania assomigliano sempre più all’Isola di Pasqua, un tempo caratterizzata da una vegetazione rigogliosa e ricca di fauna, dove la follia prevaricatrice dei suoi abitanti li portò all’estinzione per aver reso desertica e incoltivabile la propria terra.