Riceviamo e pubblichiamo

Verso un’Età post-religiosa? di Alfonso Coppola * (Pubbl. 29/05/2017)

Antropologia fisica, antropologia culturale, etnologia, per non parlare di mitologia e filosofia, attestano la naturale “religiosità” dell’uomo e, nelle culture più diverse, è sempre rinvenibile la percezione del sacro e della sua trascendenza. Le prime tracce di religiosità si trovano già nel paleolitico e nel mesolitico. L’idea di essenze superiori era diffusa, così come erano diffusi alcuni rituali che non erano in rapporto né con la condotta di caccia, né con i momenti di transizione nel ciclo della vita. Il culto dei morti aveva una grande importanza. Le sepolture seguivano regole più o meno rigide volte ad assicurare il passaggio nel mondo successivo. Furono poi gli uomini di Neanderthal “che con la loro preoccupazione per il destino dei loro morti hanno imboccato una strada nella questione della religione e della fede nell’aldilà, che determina le idee religiose dei successivi millenni”; da qui “si sviluppò la molteplicità delle religioni preistoriche, sulle quali si poterono formare poi le religioni dell’epoca storica e poté cominciare il loro trionfo” (Cfr. Ina Wunn, Die Religionen in vorgeschichtlicher Zeit, Stuttgart 2005, pag. 465). É possibile rinvenire, quindi, nella creatura umana, un senso di religiosità originario, profondamente radicato che lo induce, fin dalle origini, ad elaborare una “dottrina” religiosa e una concezione filosofica che scoprono e sostengono l’esistenza del divino. Per giunta, sono stati compiuti notevoli progressi nell’esame del rapporto tra cervello e credenze in Dio, spiritualità, sacro, religione e dimensione del trascendente. Esperimenti effettuati prima con monaci giapponesi, poi con suore francescane e carmelitane hanno dimostrato che la credenza in Dio, nella spiritualità e nel sacro, così come la pratica della meditazione e della preghiera, modificano e attivano sistemi neurali ed alcune aree del cervello. Rudolph Otto sostiene che tali esperimenti dimostrino le basi biologiche per cui gli esseri umani sono predisposti al pensiero religioso. La mente possiederebbe un’attitudine, un istinto religioso che ha avuto origine da reazioni biologiche comuni a tutti gli esseri umani. Dean Hamer ha scoperto un gene che ha chiamato “il gene di Dio”. Se le cose stanno così, allora, cosa ha prodotto, ad un certo punto, questa forte e crescente crisi religiosa che contraddistingue la società postmoderna e che si esprime attraverso un degrado sociale e morale, un Io frammentato, tra incertezze e sfiducia, sofferenza e un profondo disagio? Molti studiosi ritengono che la causa sia da ricercarsi in una serie di sconvolgimenti culturali che ad un certo punto della storia sopravvennero e che, come in un edificio colpito alle fondamenta, provocò continui e inarrestabili cedimenti. Il primo principio che cominciò a vacillare fu quello della concezione che l'uomo aveva dell'Universo. La Terra era concepita immobile al centro di un Sistema celeste, i pianeti e il Sole le giravano attorno ciascuno in un cielo diverso, mentre nelle profondità della Terra si collocava il regno degli inferi, luogo dell'oscurità e della perdizione: il risultato era un Universo concepito come un cosmo a tre piani, inferi-terra-cielo. La rivoluzione iniziata dal canonico cattolico Nicolò Copernico ebbe l’effetto di emarginare gli esseri umani. L’uomo non era più posto al centro del disegno supremo, ma venne relegato a un ruolo secondario, senza apparente significato. Fino a che si era creduto che il Sole, i pianeti e le stelle ruotassero attorno alla Terra, era naturale pensare che l’intero universo avesse uno scopo legato alla Terra stessa, e che questo scopo fosse stato incarnato nell’uomo. Da qui, come un effetto domino, sopravvennero una serie di ulteriori sconvolgimenti: nel 1789 la Rivoluzione francese provocò un ribaltamento politico e sociale; nel 1848 il comunismo di Marx introdusse il concetto di una fede vista come una consolazione condizionata da interessi; nel 1859 Darwin con la teoria dell'evoluzione sconvolse il mondo con una rivoluzione biologica; nel 1886 Nietzsche innescò una vera e propria rivoluzione morale sostenendo la propria teoria secondo la quale dietro i valori assoluti, contraddistinti dalla morale, non c'era niente e nel 1899 le teorie di Freud ebbero come conseguenza unarivoluzione antropologica: la religione veniva vista, secondo la sua visione, come proiezione di un desiderio. Di conseguenza, nel tempo, è sempre di più affiorato un “furore iconoclasta”, un diffuso nichilismo che vede nella cultura e nelle scienze un potente alleato in una moderna crociata contro Dio, la fede, la religione, le credenze. Ma, nonostante tutto, «invece di un’‘abolizione’ della religione da parte dell’umanesimo ateo, come annunciato nella teoria della proiezione di Feuerbach, risorge in molti luoghi un nuovo umanesimo, sia teorico che pratico, di uomini religiosi … Invece di un’‘estinzione’ della religione da parte della scienza atea, come profetizzato nella teoria dell’illusione di Freud sorge (nonostante tutta l’ostilità nei confronti della religione in determinati settori della scienza) una nuova sensibilità per l’etica e la religione. La fede ateo-scientistica nella soluzione di tutti i problemi con la scienza razionale, al contrario, per molti oggi si è rivelata essa stessa, di fronte ai risultati estremamente ambivalenti del progresso tecnologico, un’illusione» (Hans Küng, L’inizio di tutte le cose, Milano 2006, pagg. 67, 68). L'interesse verso Dio e la religiosità, quindi, contrariamente a quanto si pensava fino a qualche decennio fa, sta ritornando. E questo fenomeno del “ritorno al religioso” è così evidente da non poter essere ignorato. Per cui si tratta di determinare, con maggiore precisione, quale tipo di religioso stia ritornando nell'epoca post-moderna. La gran parte degli uomini, infatti, sente di non poter più credere, come le generazioni precedenti hanno fatto e come ancora oggi propongono le dottrine ufficiali delle religioni storiche, ma sente contemporaneamente di non poter rinunciare allo slancio vitale che sottostà alla dimensione religiosa che da sempre accompagna il cammino dell’umanità. Ad esempio, i Nuovi Movimenti Religiosi presentano, in tale contesto, un'alternativa alla dispersione urbana, all'isolamento, alla neutralità affettiva, alla confusione dei valori fondanti, alla crisi della famiglia e talvolta delle istituzioni. Alla gente comune, le religioni alternative offrono una reale e affascinante via di salvezza. Nessuno può evitare, in nessun luogo, l’incontro con altre religioni. Tale incontro ci porta talvolta in un mondo sconosciuto. Per questo pensiamo sia utile, anzi necessario, avere dei punti di riferimento. Ci troviamo di fronte un mondo ricco di parole straniere, di concetti diversi, molteplici testi sacri, usanze e rituali. Ma è anche un mondo che, spesso, condanniamo con troppa facilità, o che curiosiamo con superficialità.

*Saggista di tematiche religiose

Commento di Tina Russo

Il ritorno alla religiosità risponde senza alcun dubbio a un bisogno ancestrale che edifica il suo sorgere su pilastri naturali. “Siamo nati per credere” e l’articolo di Alfonso Coppola sottolinea con forza questo aspetto, esortandoci a non buttare via il bambino con l’acqua sporca, a comprendere le nuove istanze religiose. Ma la religiosità crea sempre comunanza? La religione è sempre adeguata a soddisfare il nostro bisogno di appartenenza? Perché una cultura laica aperta al dubbio e al confronto deve essere sempre tacciata di nichilismo. Perché le avventure dell’uomo alla scoperta del mondo e dell’universo, dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo, non fanno presa quanto la religione. Perché’ la scienza non crea comunità? Forse perché fare ricerca è un’attività esclusiva che produce mondi esoterici e verità contro-intuitive è fondativa di status, mentre una dottrina e una prassi religiosa può e deve essere conosciuta anche dai profani per una maggiore diffusione. Una cultura laica è quindi compressa tra due limiti, il primo è fisiologico e cognitivo, per noi la natura ha sempre un fine, poco o nulla è imputabile al caso, e quindi siamo portati a credere, l’altro limite è sociale, per esempio l’attività di ricerca è organizzata con regole rigidamente gerarchiche. La formazione, trasmissione e divulgazione del sapere è ingessata, qui il club è più esclusivo, e la fatica di capire e di orientarsi quando non si è parte del club ricade tutta sul singolo. Credo che allo stato delle cose la Religione abbia il primato dell’inclusività, fa comunità, facendo leva sulla nostra credulità. La Scienza è esclusiva e ha rischiato e rischia di perdere dei contributi che darebbero a quest’ attività un volto più umano.