Riforma dei Beni Culturali: fu vera gloria? 

di Gaetano Placido  (Pubbl. 27/04/2016)

Il nostro patrimonio artistico culturale sta vivendo una delle fasi più travagliate della sua storia. Non è facile, per i non addetti ai lavori, districarsi in un universo complicato che sta subendo profonde trasformazioni. Per tentare di fare un punto di chiarezza, “zonagrigia.it” ne ha parlato con Claudio Meloni, coordinatore nazionale fp CGIL  Mibact, da anni in prima linea su questo fronte particolarmente delicato.

Il ministro Franceschini è intervenuto sui beni Culturali con riforme che ne hanno modificando i tradizionali assetti istituzionali. Qual è il giudizio della CGIL?

Abbiamo espresso un giudizio molto critico, perché le riforme separano la tutela dai cicli lavorativi che si occupano di valorizzazione, mediante lo sganciamento dei circuiti museali dalle Soprintendenze. Un’operazione che riduce il peso di tutti i settori che si occupano direttamente della tutela e della conservazione. L'unificazione delle Soprintendenze, la riduzione degli Archivi e delle Biblioteche comportano un indebolimento strutturale di presidi fondamentali per la difesa del nostro patrimonio.

In che modo?

Sia in termini di distribuzione dei poteri burocratici che di risorse umane e finanziarie, molto sbilanciati verso il sistema museale. Le riforme sono funzionali soprattutto al nuovo sistema di riorganizzazione delle prerogative statali introdotto dalla riforma Madia, che produce un forte accentramento burocratico, con l'istituzione degli Uffici Territoriali dello Stato, nelle mani dei Prefetti. A questi Uffici vengono attribuiti poteri addirittura sostitutivi rispetto alle singole amministrazioni centrali presenti sul territorio. Si pensi che la legge introduce il vincolo del cosiddetto silenzio/assenso sui tempi di lavorazione dei procedimenti di tutela sui vincoli paesaggistici, architettonici, producendo di fatto un grave indebolimento della difesa dell’ambiente, dei beni culturali e del paesaggio.

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Eppure la valorizzazione dei Beni Culturali viene sbandierata dal governo come un suo obiettivo primario: musei provvisti di autonomia finanziaria, ampliamento degli orari di apertura. Come mai si sono levate così tante voci di dissenso che parlano di operazioni di pura propaganda?

Preliminarmente va osservato che le politiche attuate in tema di ampliamento di orario negli ultimi venti anni hanno già portato ad un incremento della fruizione del patrimonio, passando dai 27 milioni di visitatori del 1997 agli oltre 41 milioni attuali.  Quindi i livelli di offerta sono migliorati indipendentemente dalle ultime riforme e malgrado i fortissimi tagli al bilancio ed al costo del lavoro. In questi anni il Ministero ha perso quasi la metà della sua dotazione di bilancio e un quarto delle sue capacità occupazionali. Quindi il vero problema è come si riporta il livello della spesa a parametri più adeguati in rapporto alla quantità ed alla qualità del nostro patrimonio. Inoltre non riteniamo che un modello di fruizione basato sulla filosofia degli eventi e sulla commercializzazione del sito sia la strada da perseguire. Il bene culturale non è un prodotto commerciale e la sua gestione deve sempre conciliare i costi di manutenzione e quelli della conservazione. E poi c’è un altro essenziale fattore da considerare.

Quale?

La necessità di valorizzare il patrimonio diffuso, molto deficitaria sia nei siti a gestione statale, dove c'è una concentrazione di flusso solo verso i siti simbolicamente più significativi, che in quelli a gestione locale o privata. Non si tratta dunque di scalare improbabili classifiche dei siti più visitati, quanto piuttosto di incrementare l'offerta complessiva. Tutto il contrario delle scelte operate da queste riforme.

Cosa bisognerebbe fare?

Anzitutto intervenire sui modelli organizzativi, rendendoli vicini alle esigenze del territorio. L'attrattività del patrimonio posseduto può fungere da fattore catalizzante solo se si promuovono interventi infrastrutturali, politiche del turismo integrate con il coinvolgimento dei cittadini. Da questo punto di vista le scelte del ministro non corrispondono ad efficaci esigenze di sviluppo come stanno dimostrando alcune fantasiose iniziative di questi nuovi direttori manager dei musei.

A cosa si riferisce?

 Ad esempio all’invito a Federica Pellegrini di farsi una nuotata nella Reggia di Caserta. Ciò dimostra che non basta attribuire caratteri di managerialità alla gestione dei nostri siti se poi non c'è una politica di sviluppo che tenga conto dei fattori su indicati. Pensiamo al Colosseo che ha fatto nel 2016, grazie alle aperture gratuite, 6,5 milioni di visitatori. Ciò nonostante, Roma ha perso posizioni rispetto alle classifiche del turismo internazionale. Ma c’è anche un ulteriore elemento che non va trascurato: la valorizzazione del patrimonio si concentra solo verso complessi minumentali ritenuti più appetibili. Il problema non è rincorrere classifiche dei luoghi d’arte più frequentati, bensì incrementare l'offerta complessiva del patrimonio diffuso, a partire da quello dei cosiddetti siti minori. Tutto il contrario delle scelte operate dalle  riforme di Franceschini.

I nostri siti, causa blocco del turn over e pensionamenti lamentano spesso una insostenibile carenza di personale. Eppure il Governo sostiene di aver favorito nuove assunzioni attraverso la società in house Ales. In più si profila all’orizzonte un concorso per 500 nuove unità di personale.

 La situazione dell'organico è drammatica. 55 anni è la media anagrafica degli addetti, attualmente risultano presenti circa 17.000 lavoratori a fronte di un fabbisogno definito a 19.050 addetti. Entro il 2020 sarà pensionato circa un terzo del personale presente nel 2010 (6.500 uscite circa). La prospettiva è di un organico a quella data inferiore ai 15.000 addetti. E’ del tutto evidente l'insufficienza di un concorso pubblico che servirà a malapena a coprire i funzionari che saranno pensionati entro i prossimi due anni. Per quanto riguarda ALES, che è una Società in house di proprietà del Ministero, l'idea di utilizzarla come riserva occupazionale è inaccettabile sotto numerosi profili. Il primo riguarda la legittimità di questa scelta, considerato che ALES lavora in committenza diretta con il Ministero, il secondo concerne l'opportunità di questa scelta a fronte di un blocco ingiustificato delle assunzioni in ruolo.  

Però al Mibact dicono che l’utilizzo di questa Società rappresenta un risparmio per le casse dello Stato.

Non è vero! L'assunzione tramite la società in house è molto più onerosa per i bilanci pubblici di un normale reclutamento di personale di ruolo. Questo per i costi di fatturazione indotti e non certo perché i lavoratori vengono pagati di più, anzi, agli stessi si applica il contratto del commercio giudicato più economico. L'ultimo punto riguarda la garanzia di terzietà che viene a mancare tramite forme improprie di reclutamento che nulla hanno a che vedere con un normale e trasparente concorso pubblico. La CGIL chiede invece un piano assunzionale serio con la finalizzazione della copertura entro il 2020 dell'intero turn over. Il Ministero ha bisogno di forze fresche e noi abbiamo migliaia di giovani iper formati per i quali non vi è altra prospettiva che volontariato, stages o rapporti di lavoro sottopagati e sfruttati. Ma occorrerebbe coraggio e programmazione, doti che ancora non abbiamo riscontrato in questo ministro e in questo governo.

Tremonti dichiarò qualche anno fa: “Con la cultura non si mangia”. L’attuale ministro sembra invece intenzionato a voler dimostrare il contrario. Dal suo osservatorio nazionale non vede, almeno nelle intenzioni, una discontinuità con le politiche adottate da precedenti governi?

Nessuna discontinuità sostanziale. Il rovesciamento dell'assunto di Tremonti è solo di facciata. Siamo sempre nell'ambito di politiche neo liberiste che presuppongono un ridimensionamento delle funzioni statali. Il ministro Tremonti ha inaugurato le politiche di tagli lineari, santificate poi nella manovra di spending review approvata dal Governo Monti e assunta in netta continuità dai governi che si sono succeduti, fino all'attuale. Lo ribadiamo, occorrerebbe un ripristino della dotazione di bilancio del Ministero per riportarlo almeno ai livelli del 2001 e una seria politica di modernizzazione di obsoleti cicli lavorativi.

Cosa avete in programma?

Il 7 maggio a Roma, insieme ad Associazioni, intellettuali, costituzionalisti, saremo in piazza. E lo faremo per dare un segnale ai cittadini sulla questione Emergenza Cultura (www.emergenzacultura.org). Abbiamo una forte preoccupazione per la deriva che ci proviene da questa visione commerciale della gestione dei beni culturali e contrasteremo con forza tutte le politiche che mettono in discussione una funzione primaria, prevista nell'articolo 9 della Costituzione, al fianco di quanti hanno davvero a cuore il nostro incommensurabile patrimonio.