I tribunali e la politica di Useppe (Pubbl. 26/05/2017)

A più di tre anni dall’inizio dell’era Franceschini ministro per i beni culturali, il doppio pronunciamento del TAR del Lazio, favorevole a candidati alla Direzione dei Musei Autonomi esclusi dalle selezioni e dalle nomine (sentenze 6170 e 6171 pubblicate il 24 maggio), forse riuscirà a por fine, o almeno rallenterà, il processo di degenerazione, come da più parti definito, del sistema della tutela e della valorizzazione pubblica del patrimonio culturale italiano. In molti si sono espressi contro le scelte del Ministro, sottolineando che il maggior danno delle sue cattive riforme è stato quello di aver impedito un vero processo di miglioramento e correzione di un sistema che perfetto non era e non è. Autorevoli personalità del mondo scientifico, associazioni culturali e di professionisti, organizzazioni sindacali confederali e di categoria, nel cercare punti comuni di opposizione alle scelte ministeriali sono riuscite non solo a ricompattare un fronte di opposizione ma a ricostruire un asse culturale e politico comune che da tempo mancava. Un effetto collaterale inatteso dal Ministro ma salutare per il Paese. Le due sentenze del TAR del Lazio riportano all’attenzione di tutti una serie di questioni essenziali per la definizione stessa di un sistema politico democratico e parlamentare. La prima questione è la sacrosanta separazione dei poteri sancita dalla Costituzione. Non è possibile nel nostro Paese operare scelte politiche ignorando l’insieme di regole codificate dalle leggi. Leggendo con la dovuta attenzione le due lunghe e articolate sentenze, contro cui il Ministro ha già annunciato ricorso al Consiglio di Stato, questo principio generale emerge con forza. Ancora una volta, la divisione dei poteri ricostruisce un possibile equilibrio tra politica e l’insieme dei diritti e dei doveri codificati nelle leggi. Le sentenze fanno chiaro ed esplicito riferimento alle prerogative in capo al presidente del Consiglio dei Ministri di poter nominare dirigenti ai livelli generali delle strutture (norma introdotta da una delle riforme Bassanini che, ahi noi, ha subordinano gli apparati tecnico amministrativi a quelli politici) ma ne ribadiscono i limiti di applicabilità e sanzionano una troppo facile, quindi impropria, estensione. Le sentenze del TAR si muovono lungo un filo assai sottile e non è del tutto scontata la loro conferma nel secondo grado di giudizio. Questa vicenda evidenzia ancora una volta come ormai la Politica non è più il luogo della sintesi tra posizioni anche assai diverse tra loro, fondamento dei sistemi parlamentari, ma luogo di esclusivo esercizio del potere, da cui è possibile difendersi quasi esclusivamente rivolgendosi alla Magistratura. In tutta la vicenda della riforma del MiBACT il Ministro, il governo Renzi nel suo insieme, hanno adottato un metodo che ha escluso ogni possibile confronto e coinvolgimento delle tante voci dissenzienti interne ed esterne. Le sentenze sanzionano il Ministro anche per aver scelto dei direttori non Italiani. Potrebbe essere questa questione secondaria se non per il sostanziale provincialismo culturale che l’ha ispirata. Il TAR anche su questo svolge efficacemente il suo ruolo. Le normative vigenti sono chiare: cittadini comunitari, o extracomunitari in particolari casi, possono concorre per svolgere funzioni e compiti nelle Pubbliche Amministrazioni, ma non potranno avere incarichi dirigenziali che presuppongano poteri discrezionali nell’utilizzo di risorse economiche e di beni pubblici, oltretutto costituzionalmente considerati strategici. In ogni caso scelte di affidamento di incarichi pubblici quali quello di Direttore di un museo di rilevanza nazionale avrebbero dovuto seguire metodi e procedure trasparenti.A giudizio dei magistrati del TAR del Lazio l’aver emanato un bando pubblico per la selezione dei candidati e aver poi svolto i colloqui a porte chiuse è da considerarsi una beffa lesiva dei diritti dei partecipanti, e come tale è stata sanzionata nella sentenza. Ai magistrati il giudizio tecnico-giuridico, a noi tutti spettano considerazioni politiche. È questa l’ennesima occasione per valutare quella strana sindrome di onnipotenza di cui si sono ammalati tutti i componenti del governo Renzi, che accecati dallo loro apparente invulnerabilità, hanno commesso dei pasticciacci giuridici, incapaci di utilizzare i molteplici strumenti messi a loro disposizione dalle leggi vigenti. Franceschini avrebbe potuto semplicemente applicare la legge, senza stravolgere per ben due volte l’organizzazione del Ministero. Questo gli sarebbe costato però qualche intervista in meno, qualche spot pubblicitario saltato e forse lo avrebbe costretto ad affrontare i problemi veri di un sistema della tutela del patrimonio culturale che in questi decenni non sempre è riuscito a fermare speculazioni selvagge, distruzione di uno straordinario paesaggio e la cementificazione anche di tante straordinarie aree archeologiche. La questione deve oggi però uscire dalle aule dei tribunali e ritornare ad essere questione che riguarda tutti i cittadini, operatori ed utenti, nel tentativo di ritrovare un senso condiviso di servizio pubblico quale la tutela dei beni culturali è. La valorizzazione, la parola magica della riforma Franceschini, non può misurarsi solo con il numero di biglietti venduti ma deve incominciare ad essere il perno di un sistema della formazione e della diffusione della conoscenza sul valore storico e culturale del nostro diffuso e immenso patrimonio per coinvolgere tutti nella sua salvaguardia. Un patrimonio di cui noi italiani siamo i custodi, non i proprietari assoluti, visto che testimonianze d’ingegno e creatività in esso racchiuse appartengono all’intera umanità, come più volte l’UNESCO ha sentenziato.