27 gennaio: per non dimenticare! di Achille Aveta  (Pubbl. 26/01/2018)

Da alcuni anni il 27 gennaio è stato individuato come giornata dedicata alla commemorazione della Shoah. Il trascorrere del tempo ha drasticamente ridotto il numero dei sopravvissuti a quella tragedia, perciò resta sostanzialmente in capo agli studiosi uno dei compiti più delicati: continuare a indagare su come e perché si sono verificati quei funesti avvenimenti; infatti, “Il progresso, lungi dal consentire il cambiamento, dipende dalla capacità di ricordare … Coloro che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo” (George Santayana).

Questa ricorrenza, oltre a ricordare lo sterminio di 6 milioni di ebrei, ci offre anche l’occasione di riflettere su quale fosse la posizione del nazismo sulla religione in generale e sul cristianesimo in particolare. Il pensiero di Adolf Hitler riguardo al cristianesimo era caratterizzato da un’avversione fanatica: il Fűhrer mirava a colpire la struttura stessa delle chiese, con la manifesta volontà di eliminarle completamente come forza identificabile. In realtà, nel "Mein Kampf” Hitler parlava poco di religione, preferendo mettere in risalto il ruolo misticheggiante della politica: egli sosteneva che un’ideologia politica dev’essere capace di evocare nelle masse una risposta religiosa; perciò il partito nazista veniva presentato come incaricato di un ruolo specifico nella storia della salvezza dell'umanità: salvare la Germania dalla “corruzione ebraica” e dal comunismo e offrire un millennio politico e un fűhrer “messianico” capace di guidare il Paese verso il suo grandioso destino. Il nazismo, quindi, non avrebbe mai tollerato 1'esistenza di un rivale centro di potere, capace di accaparrarsi la lealtà di porzioni più o meno ampie di cittadini tedeschi.

La prova generale di questa determinazione nazista fu fatta a partire dal 1940 nel Warthegau, una zona della Polonia occidentale annessa al Reich e posta alle dirette dipendenze di Hitler. Qui ebbe luogo una drammatica battaglia contro le chiese; come ha scritto Robert A. Graham, «Qui gli ideologi nazisti si proponevano di creare uno Stato “modello” secondo gli autentici ideali nazisti, apertamente ostili alla Chiesa». Il Warthegau contava 4.500.000 di abitanti, in maggioranza polacchi e cattolici. Questa regione doveva diventare un modello, un banco di prova delle più importanti dottrine naziste, tra le quali spiccava la "decristianizzazione". Infatti, con un decreto del 13 settembre 1941, venne annunciata l'esistenza giuridica della "Chiesa cattolica romana di nazionalità tedesca" in quel distretto, alla quale sarebbe stato concesso solo lo status di associazione di diritto privato; analogo status fu attribuito alle diverse Chiese evangeliche, che nel 1933 annoveravano tra le proprie file il 62% dei tedeschi. In altre parole, nel Warthegau la Chiesa cattolica tradizionale e le Chiese protestanti cessarono di esistere come enti di diritto pubblico. Pertanto, la strategia nazista era chiara: portare le chiese sotto la supervisione governativa rendendole così organiche allo Stato nazista, piuttosto che perseguitarle apertamente. D’altra parte, già negli ultimi mesi del 1940 un ufficiale nazista aveva fatto trapelare la notizia che, in una ristretta riunione di dirigenti del partito, si era accennato esplicitamente alla “morte” delle chiese e della religione per ordine di Hitler. E non è un segreto che Goebbels, Himmler, Heydrich e Martin Bormann fossero espliciti oppositori del cristianesimo. La finalità anticristiana della strategia globale nazista era che non doveva esistere più alcuna Chiesa, né giuridicamente né di fatto. Non era più una questione di "separazione tra Chiesa e Stato", bensì di eliminazione delle chiese. È evidente, quindi, come emerge dalla vicenda del Warthegau, che con l'ascesa al potere del nazionalsocialismo tutti i tedeschi furono posti di fronte a un’opzione politica totalizzante, che implicava una visione del mondo radicalmente nuova. Perciò, i gruppi religiosi - grandi e piccoli - furono costretti a negoziare la propria sopravvivenza; ciascun gruppo dovette adottare una strategia di sopravvivenza di fronte a quello che appariva con crescente evidenza come l'obiettivo finale del nazismo: la scomparsa di ogni centro autonomo di guida religiosa.