Quel che resta …. della vita. di Giuseppe Capuano (Pubbl. 25/10/2017)

Quest’anno il Premio Nobel per la Letteratura è stato assegnato a Kazuo Ishiguro per l’opera Quel che resta del giorno. Chi ha letto il libro e magari visto l’altrettanto bel film, avrà certamente il ricordo di quella dimensione particolare, sospesa tra una grigia e rigida quotidianità e una dimensione intima, appassionata, ma perennemente oppressa, quasi soppressa. La realtà è mostrata nei suoi rituali antichi, in una società che pare imbalsamata, senza tempo, dove i mille steccati sociali assumono quasi una dimensione di ineluttabilità. Nella narrazione di Kazuo Ishiguro il ruolo di contrappeso alla pesantezza dell’esistenza è affidato alla sensibilità, alla delicata compostezza con cui il grande amore del protagonista riesce a non esprimersi, quasi per proteggerne il valore e l’intensità. L’ambientazione nell’ovattato mondo della nobiltà britannica ha permesso allo scrittore di trovare un possibile filo di congiunzione tra Oriente e Occidente, tra la Gran Bretagna e Giappone. Il cerimoniale che scadenza il passare delle giornate è la forma che la società assume per rappresentare i suoi più radicati principi, al pari di quanto avveniva e in parte avviene nella società giapponese. Apprendiamo del premio a Ishiguro mentre dal Giappone moderno e industrializzato ci provengono notizie allarmanti. I casi morte per "sovraccarico di lavoro", una dimensione tanto diffusa che nella lingua giapponese ha un suo preciso termini karoshi, pare si stiano nuovamente diffondendo. L’Europa, l’Italia, non sono il Giappone, è vero. È vero però che mentre i casi di karoshi in Giappone riguardano reporter, impiegati con medie e alte qualifiche, da noi è più probabile stramazzare al suolo per la fatica nei campi, nei cantieri, con paghe di fame e orari prolungati, cose che si cerca di nascondere nelle statistiche che parlano di aumento dei posti di lavoro. Ma in Italia si vive bene, si vive a lungo, così la Corte dei Conti avverte ancora il Governo e il Parlamento che non è possibile toccare la legge Fornero per quanto riguarda il progressivo aumento dell’età pensionabile perché non sostenibile dai conti pubblici.  Il fatto che a stramazzare al suolo per il troppo lavoro in Italia siano ancora in pochi, non giustifica la scelta scellerata di imbalsamare milioni di persone in ruoli e funzioni fin quasi alla fine dei loro giorni. L’età media dei lavoratori italiani è tra le più alte nel mondo. Sui posti di lavoro, pubblici o privati, è però richiesta efficienza, flessibilità e capacità innovativa. Come si possa essere innovativi a 60 anni continuando a fare le stesse cose che si fanno da 30/40 anni è davvero difficile immaginarlo. La stupidità di una politica appiattita sui dati contabili nasconde però ben altri interessi. I ricchi e potenti (senza distinzione da chi ci è arrivato di corsa saltando sul carro politico vincente, e chi lentamente è passato dal carrozzino alla carrozza con la stessa facilità e naturalità con cui è passato dal cambio di pannolino al sedersi sull’apposito sedile inventato da qualche straordinario artigiano) non sono disponibili a cedere neanche un millimetro, neanche un cent direbbe Paperone, della loro posizione di privilegio e ricchezza. Allora perché chi si fa paladino delle ragioni di chi lavora per vocazione ideologica, la sinistra, o per mandato costitutivo, i sindacati, stentano a fare della battaglia per il riconoscimento del diritto alla pensione ad una età ragionevole una questione centrale? Appellarsi alla realpolitik, il fare i conti con i conti, di fronte all’ abominio giuridico di considerare l’età pensionabile una variabile dipendente della valutazione delle aspettative di vita della popolazione è disonesto. È inaccettabile che in un Paese in cui, in rispetto della dignità umana, anche al più crudele degli assassini si riconosce il diritto di scontare una pena non un superiore ai 27 anni di galera, si è deciso di condannare le persone a lavorare per sempre. Pochi sanno, confusi dal comportamento dei media, che la stessa legge Fornero ha previsto degli automatismi al ribasso anche dei coefficienti per il calcolo della pensione: progressivamente si lavorerà per più tempo per avere una pensione più bassa. Solo in Italia poteva accadere che l’eguaglianza di genere tra maschi e femmine passasse per la penalizzazione delle donne che nei salari, nelle carriere sono discriminate ma premiate nel prolungamento della loro vita lavorativa equiparata a quella degli uomini. Forse si è pensato alle carriere delle donne potenti, ai dirigenti, non certo a chi mentre lavora in ufficio, in fabbrica o nei campi, allevava i figli e gestisce la vita familiare. Appiattarsi sul dato puramente contabile è colpa grave, con l’aggravante dell’associazione a delinquere, da parte della politica. Colpa nei confronti delle presenti e future generazioni. Colpa nei confronti del concetto stesso di Politica intesa come capacità di compiere scelte nell’interesse generale senza per questo sopprimere le libertà dei singoli. Una scelta irresponsabile che blocca energie e speranze. Una scelta che condanna al decadimento gli spazi produttivi e i centri urbani, sempre più affollati di stanchi e demotivati lavoratori, che vedono sfumare la possibilità di vivere un piccolo pezzo della propria vita libero dall’obbligo della prestazione. Kazuo Ishiguro ci mostra la forza della ritualità come strumento per sopportare le pene dell’esistenza. Anche il lavoro per molte persone è una ritualità a cui è difficile rinunciare perché in troppi casi rappresenta l’unica forma di socializzazione possibile con i propri simili. Ma una società democratica, una economia moderna è viva se riesce continuamente a ripensarsi, a innestare meccanismi di rinnovamento e non se si rinchiude, si appiattisce, nel riprodurre abitudini e consuetudini. C’è un tempo per tutto: giocare, studiare, cercar lavoro, lavorare. C’è anche il sacrosanto diritto di sapere ci sarà anche un tempo per non far niente, per passeggiare in riva al mare, per guardare il sole che sorge e che tramonta, accorgersi che luna è calante o crescente, non pensando “ho fatto presto”, “o fatto tardi”, ma per ammirarli per quel che sono.  Un tempo per goderci la pensione per quel che ci resta dei nostri giorni.

Commento di Pina Russo

 "Non ci resta che....piangere"

Commento di funiculabet

Incisivo e...romantico, Capuano ha colto e descritto ciò che i più tra noi pensano.Io sono una "fortunata" che e' riuscita a cogliere l'attimo (perché' ho rinunciato alla possibilità di restare in servizio,non partecipando ad un concorso per un passaggio di area e da tre mesi sono in pensione e spero di potermi vivere "l'altro tempo" e cogliere la bellezza della "lentezza"

Commento di Gaetano Fermato

Completo e politicamente corretto .interessante il confronto con la cultura giapponese che in tanti riconoscono essere spirituale e umana

Commento di cpanneri

Articolo bello e appassionato. Si sente che sono I temi a te più vicini!

Commento di Titti Capuano

Bellissimo, hai saputo dar voce al diffuso malcontento e messo in ordine i nostri agitati pensieri. Bravo grazie

Commento di mapilanzu

Condivido pienamente.Se é vero che si é allungata la durata della vita non é altrettanto vero che si viva meglio ed in salute.Le realtà lavorative come sta già accadendo saranno piene di lavoratori ahimè stanchi demotivati e poco efficienti spesso assenti per motivi di salute.Continueremo ad avere file di giovani disoccupati fuori ad aspettare se non peggio costretti ad emigrare per trovare lavoro.Putroppo siamo da sempre il paese di Pulcinella .

Commento di Tonia

Articolo interessante e veritiero. Chi ha la pancia piena non può capire chi ha la pancia vuota. Pensioni: chi troppo e chi il minimo per sopravvivere. Tonia

Commento di  d.delfino960

Realtà dei nostri giorni. Purtroppo. Ho però sempre la speranza che le cose cambino. Bell'articolo. Bravo

Commento di Libero De Cunzo

Concordo, grazie Libero

Commento di Lia Marella

Ci stanno depredando della nostra vita, non facciamoci rubare anche il tempo per poter leggere una disamina così profonda ,i miei complimenti a Giuseppe Capuano.

Commento di Alessia

Complimenti il tuo articolo dice il vero ......

Commento di Genoveffa Russo

Sono una donna di 65 anni e da 2 in pensione. Fortunata direte?!! Ho lavorato per 43 anni e in questi anni sono stata moglie, madre di 5 figli e soprattutto donna...!! Fortunata perché a 65 mi ritrovo solo gli acciacchi della vecchiaia? Certo fortunate non sono le colleghe che ho lasciato a scuola:di qualche anno meno vecchie di me, con 38 anni di servizio e la prospettiva di dover lavorare altri 10 anni. Ma vi immaginate bambini con la vostra insegnante quasi ottantenne?

Commento di Mario Apetino

Caro Peppe purtroppo la colpa è nostra che permettiamo tutto ciò, siamo diventati un popolo di pecore detto questo ti faccio i complimenti per l'articolo molto bello e veritiero.