In difesa del peggio di Giuseppe Capuano (Pubbl. 20/09/2017)

A maggio di quest’anno l’instancabile Padre Alex Zanotelli ha lanciato un appello invitando, almeno i giornalisti, ad occuparsi dei tanti cruenti conflitti che attraversano l’Africa, tutti alimentati dai paesi ricchi che lucrano sul commercio di armi, che sostengono una fazione invece di un'altra per avere in cambio certezza sulle fonti minerarie ed energetiche e tanto altro ancora  http://www.zonagrigia.it/ilc02082017. Conflitti tanto estesi che hanno provocato degli effetti collaterali non graditi: i flussi migratori di milioni di disperati.  “E’ inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi”, scriveva Zanotelli. La risposta, in senso opposto però, è venuta dal Governo Italiano, dal progressista e democratico Ministro dell’Interno Marco Minniti che, con un accordo proprio con quelle milizie che disseminano morte in Libia, si è garantito un repentino calo degli sbarchi dei “senza terra” sulle coste italiane. Coraggiosi giornalisti documentano quasi ogni giorno, sulla stampa nazionale e internazionale, a quale destino siano state lasciate le migliaia di persone in fuga dalla guerra e dalla fame: campi di concentramento dove regna l’orrore. Queste notizie, le prese di posizione di Medici Senza Frontiere, Gino Strada, Emma Bonino e tanti altri, non sono riuscite a convincere il Governo italiano a un ripensamento. È chiaro che l’accordo sottoscritto ha il banale sapore della propaganda elettorale. Il fatto stesso che la questione sia stata gestita dal titolare del Viminale, che dovrebbe occuparsi di lotta alla criminalità, dà un preciso segno all’iniziativa del Governo. La questione è che ci troviamo di fronte ad un vero e proprio disorientamento, alla perdita di coordinate politiche e culturali da parte dei protagonisti diretti dei sistemi democratici. È indubbio che stiamo vivendo una contraddizione. Nel mondo si continuano a produrre tecnologie, mezzi di produzione, soluzioni innovative per la risoluzione della maggior parte di quelle che potremmo definire limiti naturali alla sopravvivenza umana e, dall’altro, assistiamo al diffuso affermarsi di sistemi politici repressivi in tanti paesi che stentano a tenere a bada il disagio di milioni di individui ridotti in povertà dai perduranti effetti della crisi finanziaria del 2008. La risposta delle democrazie più solide e strutturate, quelle europee e quella degli USA, seppur diversa, non è per questo meno preoccupante. Il tentativo di gestire il rapporto con la classe media, ancora la più influente da un punto di vista elettorale, sta portando all’adozione di politiche restrittive nei confronti dei flussi migratori. Dagli USA, il muro di Trump con il Messico, al filo spinato ai confini a nord est dell’Europa, alla Brexit, e tante altre situazioni in Asia, tra paesi “minori” di cui si racconta poco, le scelte compiute, pur con le loro specificità, si assomigliano tutte.  Ancora una volta si sta affermando il più antico dei tabù: i panni sporchi si lavano in famiglia. Ci si è appiattiti sull’immediato presente, e si sceglie, apparentemente, di favorire i propri connazionali contro l’invasione altrui. C’è allora da chiedersi con onestà: ma cosa ci si ostina a difendere? Noi ricchi occidentali, noi italiani, preferiamo difendere la nostra disoccupazione, il nostro lavoro precario sempre meno pagato, i nostri disastri ambientali provocati anche dalla stupidità e dall’avidità di alcuni contro tutti, il ripresentarsi sotto nuove forme  dell’analfabetismo dei nostri connazionali, il disagio migliaia dei nostri giovani resi incapaci di prefigurare una loro vita autonoma, i privilegi esagerati di sempre più pochi nostri connazionali,  una mafia capitale indigena, una camorra, una  'ndràngheta, una mafia dai connotati tricolore, a stelle e strisce o a stelline europee? È tutto questo che difendiamo a costo di diventare complici di possibili genocidi? Le società ricche si sono rinchiuse in una perenne crisi di identità culturale e politica e, come ci ricorda Wole Soyinka, il drammaturgo nigeriano premio Nobel per la letteratura nel 1986, in un bellissimo articolo comparso sul Sole 24ore di domenica 10 settembre, “Cassandre della democrazia”, sono ormai diventate incapaci di leggere i mille segnali che provengano dall’esterno, chiuse nelle loro fittizie e misere certezze.  È forse giunto il tempo di impegnare le nostre migliori forze per interrogarci su dove stiamo andando.