Terrorismo islamista: siamo tutti innocenti? di Giuseppe Capuano 

(Pubbl. 18/07/2016)

Siamo ancora una volta qui a piangere vittime innocenti di questa ultima guerra. Vittime innocenti perché troppo piccole per avere colpe da scontare. Vittime innocenti perché massacrate mentre erano  intente ad ammirare uno spettacolo di fuochi d’artificio in un giorno di festa. Per rispetto ci verrebbe voglia di tacere, di rintanarci nel nostro profondo lutto. Ogni bambino ucciso è un nostro bambino, ogni donna, ogni uomo caduto è una nostra sorella o un nostro fratello, è noi stessi a passeggio sul lungomare in una sera d’estate. Sentiamo però il dovere di dire qualcosa per cercare, se non altro, di comprendere questa barbarie. Noi vivi, in egual misura, possiamo sentirci innocenti, incapaci come siamo di guardare liberi da pregiudizi ciò che accade attorno a noi? O piuttosto occorre aprire gli occhi? È in corso una feroce guerra per affermare molteplici interessi frutto di  intrecci economici e territoriali. C’è un gruppo di potere che ha accumulato negli anni enormi ricchezze, vendendo petrolio all’occidente industrializzato. Un gruppo di potere che ha non ha condiviso la ricchezza accumulata con il popolo che governa, ma che ha investito le risorse proprio in quel mondo che oggi sfida con il terrore. Un gruppo di potere che sa abilmente utilizzare il richiamo religioso e che uccide ovunque riesca farlo, da Parigi a Bruxelles, da Bagdad a Dacca, sopprimendo  chi non accetta il proprio mantra religioso. È un gruppo di potere cresciuto all’ombra di chi in occidente si è illuso di controllarlo concedendogli la possibilità di partecipare al proprio potere economico e politico, che gli ha venduto azioni delle proprie imprese, tecnologie e istruttori militari, che  ne custodisce i capitali nelle proprie banche. È un gruppo di potere che utilizza il richiamo a principi religiosi come strumento unificante per reclutare soldati e martiri. Il suo “braccio armato” è riuscito ad infiltrarsi dappertutto, e il massacro di Nizza, ancor più di quello di Parigi, riesce a farci sentire tutti vulnerabili, senza scampo possibile. Dalle notizie che leggiamo, a Nizza non c’erano armi, bombe o quant’altro che un servizio di intelligence ha il compito di tener sotto controllo, ma un qualsiasi cittadino alla guida di un qualsiasi TIR. Come difenderci allora e, soprattutto, da chi difenderci? Siamo tutti, nessuno escluso, disorientati e impauriti. Interroghiamoci allora sulle nostre responsabilità, quando non vogliamo vedere o non vogliamo capire. Si attacca la Francia, simbolo per tutti della laicità nata dalla rivoluzione. Ma la Francia non è stata attaccata solo dagli stranieri delle terre d’oltremare, ma anche da certa cultura cattolica, allorquando nel precedente pontificato, si cercò di imporre una Costituzione europea in cui si richiamavano “le comuni radici cristiane”. Siamo davvero convinti che il nemico sia solo esterno a noi o che invece non risieda anche nelle nostre, per quanto non letali, categorie religiose? È forse giunto il tempo che i popoli d’Europa ritrovino in una rinnovata laicità la forza e la determinazione di non soccombere alle ideologie delle chiese, separando la fede dalle imposizioni dottrinarie? La vita civile e politica deve ritornare ad essere prerogativa esclusiva delle istituzioni democratiche, dei singoli cittadini e delle loro organizzazioni sociali che non possono contemplare nei loro assetti e principi istituzionali l’appartenenza a un determinato credo religioso. Ma c’è anche un'altra questione che riguarda il concetto stesso di democrazia. Ai governanti di ciò che resta dell’Europa unita vorremmo  ricordare che la democrazia non si fonda unicamente sul facile consenso, cosa che riescono a fare anche i regimi autoritari, (vedi quel che sta accadendo nella Turchia di Erdogan),  ma sulla gestione del dissenso, dando a quest’ultimo  voce e ascolto. La democrazia si basa sulla condivisione di valori ed interessi comuni, e non può contemplare l’idea che ci siano vincitori assoluti e perdenti assoluti. Lo ricordiamo al presidente Hollande, lo ricordiamo al nostro premier Renzi, che nei Paesi che governano adottano spesso politiche che dividono, che cercano di umiliare i propri oppositori, fossero anche milioni di lavoratori che manifestano in piazza il proprio legittimo dissenso. C’è dunque  un filo rosso che lega i morti di questi mesi, anche quelli di qualche giorno fa in Puglia, un interesse economico predatorio, spesso ammantato di pericolosi  ideologismi.