Divieto di svolta   di Elio Mottola   (Pubbl. 15/05/2018)

Pare ormai certo che il nostro Paese non riesca in nessuna occasione a voltare pagina, anche quando ce ne sarebbe assoluto bisogno. E la cosa si ripete con tragica insistenza. Si comincia nel 1978. La lunga stagione della DC è ormai al termine. Se ne accorge Moro, che vede in Berlinguer un comunista ormai emancipato dalla soggezione all’URSS. Mail governo del “compromesso storico” viene bloccato alla vigilia della sua nascita. Complici (inconsapevoli?) le brigate rosse e forse i servizi segreti deviati, i convergenti interessi politici di USA ed URSS ne decretano l’aborto, sulla pelle di Aldo Moro e della sua scorta. La svolta è rinviata e la situazione si deteriora ulteriormente col contributo dei potentati patrocinati da Craxi, terza gamba del CAF, più che terza via al socialismo. Nel 1992 esplode “Mani Pulite”: la politica al potere vacilla nei suoi principali componenti DC e PSI. La svolta è finalmente matura, il popolo sembra aver capito che è il momento di cambiare radicalmente. Le porte del governo sembrano aperte all’unico partito nazionale (la Lega Nord è ancora un movimento localista) uscito indenne dagli scandali: la “Quercia” di Occhetto. Ma anche questa svolta viene negata: un già allora chiacchierato imprenditore brianzolo, amico dell’ormai esiliato Craxi, riesce nel miracolo di alleare ex fascisti, leghisti e parte degli ex democristiani e degli ex socialisti, ottenendo alle elezioni del 1994 la maggioranza parlamentare. Il ventennio berlusconiano, interrotto da due affermazioni del centro-sinistra, che non riescono comunque a sradicare il consenso alla destra, sembra finalmente concludersi con le note vicende giudiziarie del Cavaliere ed il contemporaneo aggravarsi della crisi economico-finanziaria: il transitorio Governo Monti dovrebbe portare alla chiusura di questo triste periodo. Le elezioni che seguono, tardivamente, nel 2013, dalle quali ci si attende la definitiva uscita di scena del Cavaliere, hanno un esito meno palmare di quanto ci si attendesse. Il quadro elettorale descrive un’allarmante insofferenza dei cittadini, oltre il 50% dei quali si astiene o vota per il movimento antisistema 5Stelle. La svolta si rende quanto mai necessaria perché permetterebbe in unsol colpo di mandare fuori campo Berlusconi e di far riguadagnare, anche attraverso questa via, un po’ di credibilità alla politica, sfruttando la spinta innovatrice del M5S. Ma di questa necessità e dell’opportunità di coinvolgere il M5S pare accorgersi solo il “povero” Bersani, perché sia Napolitano che il PD gli negano il tempo necessario ad accordarsi per un governo di rottura (ci fosse stato Mattarella, forse le cose sarebbero andate diversamente). L’establishment preferisce dare ancora respiro a Berlusconi ed il PD, auspice Napolitano, si mette a disposizione. Il risultato della nuova legislatura, caratterizzata dalla persistenza, sotto varie forme dell’alleanza tra PD e Forza Italia, porta ai risultati elettorali dello scorso 4 marzo: se ne sancisce la bocciatura. Ma la svolta sarebbe, ancora una volta, possibile se il PD, sia pure sconfitto, si rendesse conto di essere l’ago della bilancia: in altri tempi Craxi, con una percentuale anche minore riuscì a condizionare pesantemente la politica italiana. Il PD di Renzi invece, stranamente offeso più dalla sconfitta elettorale che non da quella referendaria, ha deciso di ritirarsi consegnandoci, per il momento, una presidenza del Senato che più berlusconiana non potrebbe essere, e con la prospettiva, ormai imminente, di un governo in cui il M5S, sospettato di inesperienza e di incompetenza, viene lasciato alle cure di Salvini ed alla benevola assistenza di Berlusconi. Il Paese viene fatalmente abbandonato al suo irreversibile declino. Renzi, dal canto suo, ha comprato i popcorn e se ne va al cinema a godersi il film dell’orrore da lui stesso prodotto.