“Buona scuola” o scuola alla buona? di Achille Aveta (Pubbl.  12/01/2018)

Un gruppo di docenti di varie parti d’Italia ha indirizzato al Presidente della Repubblica, ai Presidenti delle Camere e al Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca un documento sulla Scuola e sull'Istruzione, consultabile a questo link . Si tratta di un accorato “Appello per la scuola pubblica” i cui contenuti non dovrebbero essere trascurati dalle forze politiche durante la campagna elettorale appena iniziata. La pregnanza dell’ “Appello” è tale che in poco tempo migliaia ne sono stati i sottoscrittori, tra i quali segnaliamo: Massimo Cacciari, Franco Cardini, Umberto Galimberti, Aldo Magris, Tomaso Montanari, Salvatore Settis, Benedetto Vertecchi.

L’ “Appello” prende le mosse dall’ultima riforma della scuola (avviata con la legge 13 luglio 2015, n°107, meglio nota come legge sulla “Buona scuola”) ed evidenzia che essa «è l’apice di un processo pluridecennale che rischia di svuotare sempre più di senso la pratica educativa e che mette in pericolo i fondamenti stessi della scuola pubblica. Certo la scuola va ripensata e riformata, ma non destrutturata e sottoposta ad un processo riduttivo e riduzionista, di cui va smascherata la natura ideologica, di marca economicistica ed efficientista». Si tratta, quindi, di uno stimolo alla riflessione sul ruolo e sulla funzione della scuola, una riflessione critica profonda sui cambiamenti istituzionali imposti dalla politica negli ultimi anni al sistema dell’istruzione, questione che riguarda ogni cittadino. Questo “Appello” lancia un allarme: «Non si va a scuola semplicemente per trovare un lavoro, non si frequenta un percorso di istruzione solo per prepararsi ad una professione. Dal liceo del centro storico al professionale di estrema periferia, la scuola era e deve restare, per primo, un “luogo potenziale” in cui immaginare destini e traiettorie individuali, rimettere in discussione certezze, diventare qualcos'altro dalla somma di “tagliandi di competenza” accumulati e certificati. L’apertura alla realtà sociale e produttiva può realizzarsi, volontariamente, attraverso forme e progetti di scambio organizzati autonomamente dagli istituti scolastici. Non imposti ex lege dal combinato Jobs Act e Buona Scuola».

Il documento esprime riserve su quella che definisce una vera e propria “ossessione quantitativa” da parte di organismi internazionali e nazionali, evidenziando che: «Educazione e ricerca universitaria non sono riducibili ad un insieme di pratiche psicometriche globali, a cui sottoporsi in nome del principio di etica e responsabilità. Il futuro della Scuola e dell’Università sono questioni politiche nazionali, da collocare in un contesto europeo e interculturale di confronto e valorizzazione delle differenze, libero e democratico». L’ “Appello” si conclude con una richiesta di moratoria su:

- obbligo dei percorsi di alternanza-scuola lavoro e del requisito di effettuazione per l’accesso all’esame di Stato conclusivo del II ciclo d’istruzione;

- obbligo di impiego della metodologia CLIL (Content and Language Integrated Learning, apprendimento integrato di contenuti disciplinari in lingua straniera); 

- uso dei dispositivi INVALSI a test censuario per la valutazione degli esiti scolastici, obbligatorietà della somministrazione funzionale all’ammissione agli esami di licenza del primo e secondo ciclo;

- modifiche relative all’esame di Stato, che renderebbero di fatto sempre più marginale la didattica disciplinare.

Inoltre, i sottoscrittori chiedono l’apertura di un ampio dibattito politico sulle questioni poste.

Questo “Appello” evidenzia oggettive problematiche che oggi assillano la scuola pubblica italiana e costituisce un’opportunità di interlocuzione politica e di confronto dialettico per non trasformare la “Buona scuola” in una scuola alla buona.