Salute mentale a Napoli: a che punto è la notte? di Teresa Capacchione* 

(Pubbl. 07/11/2016)

La storia della cura della sofferenza mentale, a partire dalla legge 180 del 1978, ha al suo centro una parola: la parola “territorio”. Per territorio, si intende un campo di intervento definito, omogeneo, descrivibile, ma nel quale si intersecano e si connettono diversi soggetti: reti istituzionali pubbliche, associazioni di volontariato, cittadinanza in genere. Nel periodo successivo alla legge 180, vi fu un imperfetto, contrastato, ma evidente tentativo di “territorializzare” la cura della sofferenza mentale. Nel territorio della città di Napoli erano presenti dieci Unità Operative di Salute Mentale ed un Dipartimento di Salute Mentale tutti servizi deputati alla programmazione ed attuazione di programmi di prevenzione, cura e riabilitazione. La presa in carico degli utenti a livello territoriale era concepita come risultato della cooperazione di figure diverse. Ma già dagli anni ’90 iniziò il processo inverso di  re-ospedalizzazione della cura della sofferenza mentale, cioé di sconnessione di ogni rapporto tra l’istituzione (ora concepita come un’azienda) e il territorio. I Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura furono dipartimentalizzati perdendo di fatto la loro peculiarità di strutture di connessione tra territorio e reparto ospedaliero. Stesso destino ebbero poi le Strutture Intermedie Territoriali che, in mancanza di appartamenti e di case alloggio hanno finito per trasformarsi rapidamente in piccoli manicomi. Come ultimo e conclusivo atto di questo processo si può vedere, nel caso di Napoli città, la riduzione delle Unità Operative di Salute Mentale (UOSM) presenti in città da dieci a cinque, decisa dalla ASL Napoli 1 Centro il 28 settembre 2016 e divenuta esecutiva il 7 ottobre 2016. Nel contempo, le reperibilità notturne sono state sostituite da due poli ubicati nella zona orientale ed occidentale della città, con la presenza di un medico di guardia e di personale infermieristico, mentre presso gli altri distretti è presente solo personale infermieristico per rispondere alle richieste telefoniche e ad intervenire con l’ausilio del medico di guardia e del 118 qualora ve ne fosse la necessità. In pratica, se in precedenza si riteneva che un Servizio di Salute Mentale erogasse servizi di prossimità e ce ne volesse uno ogni 70.000 abitanti, il modello proposto va verso un accorpamento in strutture-polo, strutture a cui si accede solo per risolvere specifiche emergenze. Questa riduzione del problema della sofferenza mentale, che è un vissuto quotidiano per tanti, a quello delle “emergenze” su cui intervenire è confermata da altri preoccupanti segnali. Un corso di formazione per la Polizia Municipale sul Trattamento Sanitario Obbligatorio previsto nel 2015, che aveva come suo piatto forte l’istruzione su come usare gli scudi per difendersi dal folle, ha suscitato giuste proteste sui giornali. Ma ancora più scandaloso del ricorso al Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) e delle modalità usualmente violente del TSO stesso, è ciò che succede dopo il TSO: cioé, di solito, nulla. I sottoposti a TSO tornano ciclicamente ad essere ospedalizzati. Di un piano individuale di cura, che eviti nuovi internamenti, non si parla. Eppure la Napoli di oggi dà anche segni di sensibilità nei confronti del problema. Il 17 gennaio 2013, il Comune di Napoli ha deliberato  l’istituzione di un Osservatorio per la salute mentale. E’ stata la prima volta in Italia che in una grande città italiana è stato proposto uno strumento di questo tipo. Ed ancora più significativo è il fatto che il Comune è arrivato a questa scelta spintovi dalle lotte e dalle iniziative di protesta di comuni cittadini. Difatti, a partire dal 2012, raccogliendo i crescenti segnali di malessere psicologico che il centro sociale Banchi Nuovi aveva registrato nel centro antico della città in concomitanza dell’acuirsi della crisi economica in corso, si era costituita un’assemblea spontanea permanente per la tutela della salute mentale. A questo gruppo si erano aggiunti i membri dell’Associazione Sergio Piro, psichiatra ed intellettuale napoletano, promotore con Basaglia della legge 180 che ha condotto alla chiusura dei manicomi in Italia. La proposta presentata al sindaco De Magistris attribuiva all’Osservatorio due funzioni: (1) documentazione sul livello di assistenza delle ASL e promozione del miglioramento di tale assistenza; (2) campagne rivolte alla popolazione – e in particolare alle persone sofferenti, escluse, marginalizzate, indebitamente o eccessivamente psichiatrizzate – per aiutarle nella richiesta di assistenza e nelle pratiche individuali di fronteggiamento e superamento della “sofferenza oscura”. L’Osservatorio è diventato realtà il 22 settembre 2015 e ha iniziato un primo monitoraggio della realtà operativa dei servizi attivi sul territorio. Dai primi dati, emergono le conseguenze effettive della “re-ospedalizzazione”: largo uso/abuso di terapie farmacologiche long acting, assenza di terapie bifocali (rimandate al privato, per chi può permetterselo), inesistenza di figure professionali non mediche (mediatori culturali, psicologi, antropologi, assistenti sociali, educatori etc.), assenza di interventi di prevenzione. Dunque, nessun contrasto alla cronicizzazione delle patologie psichiatriche e progressiva riduzione  dei servizi di salute mentale alle funzioni più strettamente custodialistiche e repressive. Quanto al delicatissimo punto del TSO, il giudizio è più difficile perché l’Osservatorio ha rilevato difficoltà a estrarre dati credibili dai numeri e dalle statistiche raramente divulgate dagli organi preposti e sempre in forme incomplete. Quindi perfino lo studio dei TSO, per quanto semplice da analizzare in teoria, si è rivelato impossibile in assenza di una corretta collaborazione tra istituzioni e organismi preposti al controllo ed alla verifica. Sarà dunque difficile che i lavori dell’Osservatorio portino a risultati utili o proficui se esso non riuscirà a collegarsi con un più generale movimento dell’opinione pubblica. In assenza di quest’ultimo, esso rischia di morire della non-collaborazione voluta o non voluta delle istituzioni che dovrebbe monitorare e stimolare. Si discute di una possibile Conferenza Cittadina sulla salute mentale, da tenere il prima possibile, non solo con i soggetti istituzionali, ma con le associazioni cittadine e territoriali che lottano per i diritti alla salute. Chi scrive è favorevole a questa proposta.


* Presidente dell’Associazione Sergio Piro